L’uomo che nascondeva i segreti di coach Calipari
Pubblicato da Stefano Teti su 11 Maggio 2008
Se l’università di Memphis durante questa stagione ha raggiunto la finale del torneo ed è stata numero uno del ranking NCAA, lo deve, in parte, anche ad una domanda fatta nell’ottobre 2003 durante un clinic per allenatori tenuto da coach Calipari. Uno degli “allievi” si chiama Vance Walberg, allenatore del junior college di Fresno (California). Per sei giorni Walberg aveva osservato il lavoro di Calipari in assoluto silenzio ma un giorno l’allenatore di Memphis chiese: “Vance, a cosa stai pensando?” Walberg sorrise e rispose: “Non credo vorrebbe saperlo, è un pò fuori dagli schemi.”E Calipari: “Dimmi!”
E’ in quel momento che nasce lo schema d’attacco noto come D.D.M. (Dribble Drive Motion), letteralmente un movimento che mira al “dribbling” della point guard. Approfondiamo un poco: nessun blocco e nessun taglio (al contrario degli schemi d’attacco rispettivamente di Bob Knight e Pete Carril. Il lungo in post si muove dal lato debole aprendo il campo per la penetrazione della point-guard.
Calipari si innamorò di quest’idea e la sposò in pieno. Ne parlò con il suo mentore Larry Brown che rimase sconvolto: “Sei pazzo? Hai vinto tanto giocando in un certo modo e adesso vuoi cambiare tutto?”, Sì, coach Calipari volava cambiare tutto. E come lui molti head coach dell’NBA: Gorge Karl ai Nuggets ma anche Doc Rivers ai Celtics: “Io e Calipari – afferma l’allenatore di Boston – ci scambiamo gli schemi”. E così anche l’osso duro Larry Brown si è ricreduto e lo scorso settembre ha raggiunto Calipari e Walberg ad un clinic nel Missisipi frequentato da 400 allenatori dell’high school: “Se avessi la fortuna di tornare ad allenare chiamarei subito Walberg ad aiutarmi.”
Ma come è nato questo D.D.M.? “E’ stata solo fortuna!” All’epoca Walberg allenava una squadra che aveva in Chris Hernandez, una point guard di origine ispanica, il suo giocatore di maggior talento. E allora Walberg pensò di mandare il giocatore in post dal lato debole, permettere la penetrazione a Hernandez che, una volta superato il suo difensore, aveva tre possibilità: tirare, passare all’uomo in post (nel caso il difensore fosse andato ad aiutare su Hernandez) o riaprire per uno dei compagni sul perimetro. Riassumento la filosofia è: “Attaccate il canestro”.
Il D.D.M. - anche conosciuto come AASAA (attack-attack-skip-attack-attack) – è, ovviamente, uno schema d’attacco che richiede una squadra di un certo tipo. “Richiede velocità, intelligenza ed esterni di talento che riescano a sentire il gioco. Richiede lunghi agili che sappiano tirare da lontano e penetrare. Richiede panchine profonde e ottimi tiratori da tre che sappiano punire la difesa a zona. In ultimo richiede un grande impegno da parte dell’allenatore che deve sapere quando chiamare il gioco partendo da una difesa che sappia rubare palloni.” Nel caso di Calipari, sebbene lui non usi la difesa a tutto campo, negli ultimi anni ha cambiato sostanzialmente la sua visione difensiva. “Quando allenavo a UMass, voleva che la squadra fosse ultima nella classifica delle palle rubate. Questo perché quando cerchi di rubare un pallone, vai fuori dagli schemi, crei uno spazio per l’attacco. E io voleva concedere solo tiri difficili. Ora voglio essere la squadra numero uno nelle rubate perché per il metodo con cui giochiamo oggi, se non rubiamo i palloni, passiamo il 70% della partita in difesa. Se rubiamo i palloni li obblighiamo a giocare più veloci e così equilibriamo la partita. I Tigers, neanche a dirlo, rubano 8.7 palle a partita. Chiaramente c’è un “ma”. Un “ma” che si è palesato lo scorso 4 dicembre quando Memphis ha giocato contro USC. L’università della California ha schierato una difesa a zona particolare: non una tre-due ma una triangolo due. In pratica l’uomo al centro dietro non è in riga con i due all’esterno ma leggermente avanzato. In questo modo lo spazio per il penetratore è notevolmente ridotto e difficilmente si riesce a passare tra i due difensori (quello della PG e quello del lungo in post). La partita contro USC, in questo modo arriva all’overtime.
Il roster di Memphis sembra avere tutte le caratterisriche necessarie per realizzare completamente il disegno d’attacco ci Walberg. Vedremo come finirà. Intanto il creatore di tutto questo gioco offensivo, un mese fa, ha lasciato la guida di Pepperdine che aveva preso un anno e mezzo fa, a settembre 2006. E dietro un “motivi personali” non sappiamo se le sue idee torneranno a divertire il mondo del basket o meno.
Stefano Teti